Il Colosseo "nuovo": perché l'ultimo restauro di Stefano Boeri fa discutere
(e perché è rivoluzionario)
Siamo abituati a pensare al Colosseo come a un’icona statica, un fermo immagine della storia cristallizzato nella sua forma di “rovina perfetta”. Eppure, l’Anfiteatro Flavio è un organismo architettonico che non ha mai smesso di mutare pelle. L’ultimo intervento riguarda il suo lato meridionale: un’area rimasta per quindici secoli vittima di crolli, spoliazioni e instabilità geologiche che oggi sta riacquistando la sua fisionomia originaria.
L’operazione, firmata da Stefano Boeri e Giorgio Donà (Stefano Boeri Interiors), solleva una questione centrale per il design contemporaneo: cosa succede quando un architetto decide di “completare” il vuoto del monumento più famoso del mondo?
Una “biografia irregolare”: il Colosseo non è sempre stato una rovina
Prima di diventare il simbolo universale di Roma, il Colosseo ha vissuto molteplici vite. È stato una cittadella fortificata per la famiglia Frangipane, una cava di travertino a cielo aperto per i palazzi barocchi e, nel Cinquecento, Papa Sisto V arrivò a ipotizzare di trasformarlo in una manifattura laniera.
L’immagine di “stabilità” che percepiamo oggi è una costruzione recente: furono i restauri ottocenteschi di Raffaele Stern e Giuseppe Valadier a “monumentalizzare il crollo”, utilizzando speroni in mattoni per bloccare la rovina e trasformarla nel canone estetico che abbiamo ereditato.
Il ritorno del travertino: tra materia e memoria
Il cuore dell’intervento, finanziato con 2,2 milioni di euro (fondi di compensazione per la linea C della metropolitana), consiste in un radicale cambio di materialità. I sampietrini di fine Ottocento — una stratificazione spuria — sono stati sostituiti da blocchi di travertino di Tivoli, riportando il piano di calpestio alla quota originaria di 23 metri sul livello del mare.
Non è solo un restauro tecnico, ma un’operazione sensoriale: il passaggio dal grigio del selciato alla luminosità del travertino restituisce nuova leggibilità a 1.300 metri quadrati di superficie.
Progettare lo spazio prospiciente la facciata sud del Colosseo è stata un’esperienza straordinaria. La riforma del piazzale ha finalmente restituito la percezione della dimensione originale del monumento e della sua quota di calpestio, offrendo al pubblico la possibilità di immaginare il ritmo e la sequenza degli ambulacri e dei fornici oggi perduti.
Stefano Boeri
L’ingresso perduto dell’Imperatore
Il settore meridionale era l’accesso monumentale riservato all’Imperatore e al suo seguito. A causa della natura instabile del terreno, l’area subì crolli rovinosi già tra il VI e il VII secolo, venendo sepolta per oltre un millennio.
Le indagini stratigrafiche del Parco Archeologico (sotto la direzione dell’ex direttrice Alfonsina Russo) hanno documentato duemila anni di storia in appena un metro di profondità, portando alla luce tracce di un antico sistema idraulico e porzioni di pavimentazione originale, oggi visibili grazie a una “finestra archeologica”.
Architettura dell’assenza: i “fantasmi” del design
Il progetto evita la ricostruzione mimetica, puntando su un’“architettura dell’assenza” che evoca i volumi perduti attraverso segni minimi e astrazioni geometriche:
- Le 44 sedute: Elementi rialzati che ricalcano l’impronta dei pilastri mancanti, permettendo di sostare esattamente dove un tempo poggiavano le volte.
- Geometria radiale: Lastre di travertino trapezoidali impiegate come “aghi architettonici” per indicare gli assi originali dei fornici.
- Numerazione incisa: Ripristino dei numeri romani a terra, che rievocano l’antico sistema di orientamento per l’accesso ai settori.
- Accessibilità integrata: Un sistema di rampe che elimina le barriere architettoniche senza spezzare la continuità visiva della piazza.
Il dibattito: restauro scientifico o “stravolgimento” bianco?
Come ogni innesto contemporaneo su un’icona mondiale, l’opera ha spaccato la critica:
- I critici: Il docente di restauro Michele Zampilli ha definito l’intervento “inutile” ai fini della valorizzazione storica, mentre sui social molti hanno criticato la “bianchezza” del travertino nuovo, ritenuta troppo stridente.
- I sostenitori: L’archeologo Andrea Carandini ha lodato l’opera sottolineando che “è proprio quello che non c’è che consente di dare un senso a quello che c’è”.
La critica architettonica evidenzia inoltre che il bianco è il colore originale del travertino, materiale destinato per sua natura ad ossidarsi e acquisire col tempo la tipica patina scura del monumento.
La leggibilità come forma di tutela
Il Colosseo conferma la sua natura di organismo vivo, capace di assorbire nuovi linguaggi per rimanere comprensibile. L’intervento di Boeri e Donà sposta l’asse della tutela dalla semplice conservazione della “rovina romantica” verso una nuova esigenza di leggibilità scientifica.
Resta una domanda aperta: è meglio proteggere l’immagine pittorica di un’architettura frammentata o accettare la sfida del design contemporaneo per restituire il senso delle proporzioni originali? Il nuovo lato sud suggerisce che la risposta risiede nella capacità di far parlare anche ciò che non esiste più.